Il luogo in cui abito, Cirò, nonostante sia un piccolo
borgo, è noto per essere il territorio d’elezione del vino calabrese più
famoso, ma non tutti sanno che ha dato i natali ad un santo, San Nicodemo il
quale si allontanò da lì, per vivere da asceta a Mammola, località in provincia
di Reggio Calabria.
La venerazione per tale figura è molto sentita e tante sono le celebrazioni organizzate in suo onore: in
occasione di uno dei primi gemellaggi tra i due comuni interessati, i pellegrini
di Cirò che si recarono a Mammola, furono accolti con una serie di pietanze a
base di pesce stocco (= stoccafisso) e in seguito ai racconti di quei giorni, narrati con
grandi enfasi, per me lo stocco ha assunto un significato quasi mistico, finché non l’ho assaggiato in una delle sue declinazioni più classiche
e da allora, per me il modo migliore per gustarlo è
proprio in umido, con quel sughino rosato e le olive nere a far da contrappunto.
Difatti se il baccalà è uno dei piatti cardine della
nostra cucina, lo stocco è pressoché sconosciuto e quasi introvabile e giorni
fa mi sono ritrovata a cucinarlo per la prima volta, non senza un certo timore,
poiché temevo di tradire i ricordi degli assaggiatori.
Dopo una serie di consulti telefonici con le esperte
di famiglia, mi sono avventurata nella preparazione: per tutte le fasi di
cottura l’ho osservato e annusato di continuo, per capire se tutto procedeva per
il verso giusto, l’ho servito a pranzo al mio papà per avere un primo riscontro
e a cena la degustazione ufficiale con il resto della famiglia ….
























