Da bambina il cibo era per me un vero supplizio, al quale tuttavia mi sottoponevo con abnegazione quando mi era necessario farne merce di scambio, perché venissero soddisfatte mie richieste non tanto lecite.
Tra i tanti episodi, ricordo vividamente mia madre che mi elencava le virtù degli agrumi e mi ripeteva quanto fossimo fortunati a poterne consumare in abbondanza, a volte appena raccolti dall’albero; discorsi che si ripetevano con maggiore enfasi quando facevano il loro ingresso a casa nostra le
limette
agrumi imparentati con i limoni, ma dal profumo più persistente e zuccherino che diffondevano con dabbenaggine: quando mia madre li avvicinava a me, mi ritraevo, arricciando il naso! Non mi piaceva quell’intensità aromatica e dolciastra che mi faceva pensare ai “lupi travestiti da agnello” delle fiabe.
Di recente, alla mia passione per il bergamotto, mia madre contrappone i pregi di quelle limette, da me tanto disdegnate e attualmente di difficile reperibilità.
Con mia somma meraviglia, quest’anno ne ho ricevuto in regalo alcuni esemplari, piccoli cimeli del passato che ho custodito gelosamente sotto chiave al riparo da sguardi rapaci, per tutelarne l'integrità in mia assenza. Al ritorno la decisione temeraria (il modesto quantitativo a disposizione non consentiva di pensare ad una qualche trasformazione!) di farne una curd, la cremina anglosassone per antonomasia, burrosa e irresistibile, celata poi abilmente in frigo per qualche settimana.
Di questi giorni infine l’arrivo delle
more di gelso nero, brune e turgide, raccolte personalmente da una cara amica che ringrazio pubblicamente.
La loro dolcezza violacea e succosa, meno “granulosa”delle more di rovo, mi è sembrata il degno complemento della curd di limette che visto le modeste quantità, ho servito nei cucchiai, su un letto di briciole soffici e dorate e rallegrato con foglioline di menta: un’idea sfruttabile con altre curd di agrumi e fruttini di bosco!